Archivio Novità
Finanziamenti alla cultura: un'idea nuova (Ivan Jugovitch)

La cultura dovrebbe essere la preoccupazione primaria di ogni Paese entrato nell'era immateriale. Non solo per evidenti motivi nobili, ma anche per banali motivi economici. In un'epoca di globalizzazione e smaterializzazione come la nostra, la cultura è la prima voce dello sviluppo economico per quei Paesi che sono gradualmente espulsi dai mercati dei beni materiali.

Tutti sappiamo (anche se nessuno vuole ammetterlo) che la Fiat italiana dovrà chiudere, mentre Pompei non chiuderà mai. Governo, sindacati, opinione pubblica, dovrebbero investire ogni risorsa nel settore culturale, e disinvestire gradualmente da quello manufatturiero.

Tuttavia non possiamo non sottolineare il pericolo che la cultura, messa al centro dell'attenzione, diventi un pascolo del regime politico e delle corporazioni degli operatori culturali. Quello che è successo in questi decenni deve metterci in allarme. Lo Stato ha buttato miliardi nella produzione di film che nessuno ha mai visto. Butta miliardi per sostenere giornali che nessuno legge. Dissipa miliardi per sostenere all'università migliaia di studenti fuori corso e centinaia di assistenti, ricercatori e docenti cooptati per via clientelare.

La filosofia che ha dominato i finanziamenti alla cultura dei passati decenni è stata quella di distribuire soldi ai produttori di cultura. Questo da una parte ha alimentato corporazioni arroganti quanto parassitarie, e dall'altra ha affidato allo Stato erogatore un ruolo da minculpop di memoria fascista. Inoltre, con la distribuzione a pioggia dei finanziamenti, lo Stato finisce per erogare miliardi ad attività culturali fruite da èlites, anche economiche, che ne beneficiano allo stesso prezzo delle masse più deprivate.

Perchè non rovesciare questa filosofia e attribuire i finanziamenti alla cultura ai singoli cittadini? I miliardi che annualmente lo Stato devolve ai produttori di cultura sarebbero assegnati ai soli cittadini percettori di un reddito limitato, che li spenderebbero scegliendo fra i consumi culturali offerti dal mercato. Sopra un certo reddito ogni cittadini pensa a sè. I produttori di cultura non avrebbero alcun finanziamento e dovrebbero mirare ai soli ricavi "da biglietto".

Qualcuno potrebbe obiettare che in tal modo alcune espressioni culturali potrebbero sparire. Ed è vero. Ma sono spariti anche i cantastorie, gli amanuensi, i gladiatori, le scuole filofiche, centinaia di lingue, gli spettacoli di ombre cinesi, i canti delle mondine, e decine di altre espressioni di cultura. La storia è sempre stata una grande distruttrrice. Cosa ci fa pensare che sia meglio assegnare allo Stato piuttosto che ai cittadini, la salvezza di una lingua o di un genere di teatro?